Gli economisti.
Introduzione. Una nuova scienza.

La societ d' Ancien Rgime era resa complicata dal gran numero di
regole e leggi, molte delle quali estremamente cavillose (ad
esempio erano stabiliti per legge la larghezza e lunghezza di un
panno di stoffa e il numero di fili di cui doveva essere formato
il tessuto), che variavano da luogo a luogo. Inoltre non solo i
nobili, ma anche le citt e le corporazioni erano gelosissime dei
loro privilegi, risalenti spesso al lontano Medio Evo e divenuti
poi tradizione, pratica e legge. Cos vi erano delle citt, che in
rivalit con altre avevano adottato delle leggi che ne
ostacolassero il lavoro ed il commercio, e delle corporazioni che
fondavano i loro privilegi su delle leggi che impedivano a
chiunque al di fuori della corporazione stessa di produrre e
vendere la propria mercanzia. Questa situazione scoraggiava
l'iniziativa in campo economico e appariva inaccettabile
all'atteggiamento razionalistico settecentesco.
Nel secolo precedente vi era stato il colbertismo, cio una
politica di intervento diretto dello Stato nell'economia del paese
al fine di assicurare e promuovere il prestigio e la potenza della
monarchia francese. Che lo Stato avesse il diritto ed il dovere
d'intervenire in campo economico per tutelare i valori morali era
un'idea comune ed accettata dall'intera societ, almeno in teoria.
Ma che esso s'inserisse pesantemente nell'economia del paese per
promuovere gli interessi dello Stato a fini di potenza era una
novit assoluta di cui l'inventore fu Jean-Baptiste Colbert  (1619-
1683), ministro di Luigi quattordicesimo. All'interno di questa
politica di potenza egli si diede a favorire lo sviluppo
dell'artigianato e del commercio per incrementare le esportazioni,
danneggiando per l'agricoltura ed impoverendo i contadini, che
erano pur sempre la maggioranza assoluta della popolazione
francese. Siccome poi le spese per le interminabili guerre volute
dal re Luigi quattordicesimo assorbivano tutte le risorse dello
Stato ed impoverivano il paese, si cominci a ricorrere al metodo
della vendita delle cariche pubbliche per racimolare altri soldi,
con tutte le conseguenze negative che esso comportava (in
particolare favoriva la corruzione). E anche questo appariva agli
illuministi palesemente irrazionale.
Infine non bisogna dimenticare le guerre del Settecento ed in
particolare quella dei Sette Anni (1756-1763). Iniziata come uno
dei tanti litigi fra le case regnanti, essa si trasform in una
guerra per la supremazia mondiale fra Inghilterra e Francia. E la
Francia non solo ne usc sconfitta, ma anche pesantemente
indebitata e quindi con dei problemi economici che non sembrava in
grado di risolvere tanto facilmente. Era evidente che essa stava
perdendo il suo primato europeo a vantaggio dell'Inghilterra anche
per l'incapacit di modernizzare l'economia.
In questo contesto si inserirono i fisiocratici (physeos krtos,
potere della natura). Essi partivano da un presupposto filosofico:
esiste una natura, che  ordine e legge universale e l'economia si
deve armonizzare con essa, deve naturalizzarsi cio
razionalizzarsi.
Da questo principio i fisiocratici deducevano la necessit di
abolire tutte quelle leggi che ostacolavano il naturale esercizio
dei rapporti economici e suggerivano di lasciare l'economia libera
di svilupparsi secondo sue proprie leggi, in sintonia con l'ordine
naturale che governa questo settore della vita umana. Essi erano
contrari alla tradizionale politica dello Stato, che pretendeva
d'intervenire in campo economico in quanto portatore di valori
etici, perch erano convinti che l'economia possedesse una sua
etica, che consisteva nel rispetto dell'ordine naturale, cio
delle leggi di natura, un valore ben superiore alle regole dello
Stato o di qualsiasi altra comunit civile. Inoltre i fisiocratici
erano arrivati alla conclusione che tutti gli interventi esterni,
essendo gravi violazioni di quest'ordine naturale, dovevano essere
considerati non solo antieconomici, ma anche immorali. Infine essi
deducevano che l'economia, essendo governata da leggi naturali e
divine, non poteva e non doveva essere finalizzata al potere dello
Stato, in quanto essa era in grado di dirigersi naturalmente e
spontaneamente verso il bene individuale e sociale.
In definitiva la regola d'oro dell'economia doveva essere il
liberismo, espresso felicemente nell'aforisma di un commerciante
dell'epoca, amico dei fisiocratici: Laissez faire et laissez
passer. Lo Stato doveva limitarsi ad armonizzare le leggi umane
con quelle naturali e divine e valorizzare i produttori di
ricchezza. In pratica veniva proposta la demolizione delle
strutture economiche dell' Ancien Rgime con tutte le loro regole
e privilegi.
I fisiocratici erano convinti poi che l'apporto dato dalla natura
alla produzione della ricchezza fosse assolutamente fondamentale
perch solo nella natura vi era la garanzia della riproducibilit
della ricchezza stessa (tutti gli anni era garantito il raccolto).
Di conseguenza essi tenevano in grande considerazione il lavoro
della terra, in quanto l'unico in grado di moltiplicare le
ricchezze naturali, e invitavano lo Stato francese a cessare di
favorire l'artigianato e il commercio come stava facendo dai tempi
di Colbert col risultato di danneggiare i proprietari terrieri e i
contadini, per i quali la rendita dal proprio lavoro era
eccessivamente bassa, senza contare il fenomeno della
disoccupazione. Per i fisiocratici lo Stato doveva preoccuparsi
piuttosto di diffondere la pubblica istruzione, di consolidare la
giustizia, di garantire la sicurezza della popolazione.

Su questa linea si orient anche il primo grande teorico
dell'economia moderna, Adam Smith, con l'opera La ricchezza delle
nazioni. Smith part dal presupposto che lo scopo essenziale dello
studioso di economia fosse quello d'individuare i fenomeni
economici e le loro strette relazioni, poi di farle conoscere ai
politici affinch essi agissero con leggi opportune per il bene
dell'intera societ, cio per un aumento della ricchezza generale.
Egli accettava la tesi dei fisiocratici che l'economia si basasse
su di un ordine naturale e quindi fosse possibile un'analisi
scientifica del fenomeno. Stava allo scienziato nel campo
dell'economia scoprire questo ordine e le sue regole come avevano
fatto Newton e i suoi colleghi nel campo della fisica. Egli per,
al contrario dei fisiocratici, riteneva che fosse piuttosto il
lavoro, e non la natura, il maggior produttore di ricchezza e
quindi indirizz la sua attenzione soprattutto all'artigianato e
all'industria che stava nascendo.
Per Smith il fondamento dell'economia era la ricerca del proprio
utile, del proprio tornaconto (influenza di Mandeville, vedi
l'Introduzione a I liberi pensatori). Partendo da questa base egli
analizz una serie di fenomeni tipici dell'economia politica come
il principio della divisione del lavoro, che giudic molto
positivamente, la necessit dei capitali (sua  la distinzione fra
capitale fisso e variabile) e della circolazione della ricchezza.
A proposito della ricchezza egli la collegava direttamente al
valore e il valore al lavoro (sua  anche la distinzione fra
valore d'uso e valore di scambio). A proposito della moneta egli
ne metteva in evidenza tutta l'importanza per lo sviluppo
dell'economia e suggeriva allo Stato, in quanto unico organo in
grado di poterlo fare, ad impegnarsi per garantire un sano
movimento del denaro. Smith poi raccomandava la caduta di tutti i
dazi protettivi e la libert di scambio.
Ne derivava anche una critica al modo con cui l'Inghilterra si
comportava con le sue colonie, che erano obbligate ad avere
rapporti commerciali solo col paese dominatore e quindi subivano
una pesante politica di sfruttamento (le cui conseguenze negative
risultarono poi evidenti con la rivolta dei coloni americani). Per
quanto riguardava il problema dei salari, egli metteva in evidenza
l'antagonismo fra imprenditori e salariati e la debolezza di
questi ultimi nella ripartizione degli utili. Infine egli
proponeva la proporzionalit nelle imposte e il diritto del
contribuente ad avere delle certezze sull'ammontare delle tasse da
pagare e sui modi di pagamento. Il rapporto dialettico fra
capitale e lavoro suggeriva infine a Smith una concezione non
tanto progressista quanto piuttosto ondulatoria (con alti e bassi)
dello sviluppo economico.
Con questo filosofo iniziava il periodo d'oro dell'economia
classica, che avr importanti sviluppi soprattutto in Inghilterra,
ma anche nel resto del mondo. Le sue dottrine influenzarono la
politica economica del governo inglese per tutto l'Ottocento
(basti pensare alla cosiddetta "battaglia del grano" vinta dai
liberisti contro i grandi latifondisti, conclusasi con
l'abolizione delle Corn laws).

Ma a fianco di questa linea liberista, che richiedeva
l'estromissione dello Stato dalla vita economica, si svilupp
all'interno della cultura illuminista un'altra dottrina economica
molto importante. In totale disaccordo con la prima, essa
richiedeva invece l'intervento dello Stato in campo economico per
combattere la sperequazione fra ricchi e poveri, per togliere i
privilegi dei pochi e l'oppressione dei molti, per garantire il
minimo indispensabile per tutti, per difendere il lavoratore
salariato, per ampliare il campo della giustizia e
dell'uguaglianza dal piano della politica a quello dell'economia.
Queste, che poi furono chiamate teorie socialiste, respingevano il
principio liberista perch non ponevano alcuna fiducia
nell'autoregolamentazione del mercato.
I sostenitori della lotta contro la propriet privata cominciarono
ad influenzare l'azione dei politici gi durante la Rivoluzione
francese. Poi le loro idee saranno protagoniste di alcuni
fondamentali momenti storici dell'Ottocento come il Quarantotto
francese e la Comune di Parigi del Settanta per imporsi
definitivamente in Russia all'inizio del ventesimo secolo. Il
massimo teorico di questo modo diverso d'intendere l'economia e
critico severo della cosiddetta economia classica sar Karl Marx.
(confronta Introduzione a Rousseau e i nemici della propriet
privata).
